Il cielo di Teheran
“E’ stato un solo attimo, un colpo. L’ho visto partire dalla canna del fucile, in uno scoppio di fumo, e l’ho sentito arrivare con la forza di mille eserciti. Non il dolore mi ha gettato a terra, ma la terribile spinta; e se le ginocchia avessero retto, io sarei rimasta lì, in piedi, a guardare dritto in faccia il mio assassino. Non ce l’ho fatta, sono caduta, in pozza calda e rossa. Una folla di uomini impazziti si è subito radunata intorno a me, ronzando come calabroni; li ho osservati correre, dimenarsi, gridare al cielo e buttarmisi addosso, impregnando le loro mani tremanti nelle mie viscere ancora vive. Poi lo sguardo si è appannato, abbandonando a tratti colori e forme. La voce di mio padre, lontana un chilometro eppure talmente vicina da poterne avvertire il fiato, continuava a ripetere: “Non avere paura Neda, non avere paura”. E la paura non c’era, lo potrei giurare. Le mie emozioni, in quell’istante, erano rabbia e tristezza, avvolte da un cupo senso di colpa. Se qualcuno mi avesse regalato un minuto di voce per poter dire le mie verità, lo avrei usato senza esitare. Avrei invocato la Libertà, la Democrazia, la gioia di vivere. “Perché io, perché adesso, perché”: mi sarebbe piaciuto chiederlo a tutti, consolandomi di fronte alla disperazione della mia gente e inorridendo davanti alla sgomenta indifferenza di chi ci stava massacrando, obbligandoci a tacere. E’ stato solo un attimo, non abbastanza per aprire bocca, ma sufficiente per avvertire quell’onda inarrestabile di sangue fluirmi dalle vene fino a penetrare polmoni, naso e bocca. Ho visto gli alberi, i fiori e il primo giorno di scuola. Ho visto mia madre e i gomitoli di lana. Ho visto Teheran e il suo splendido cielo blu cosparso di rondini”.


L’ultima volta che mi sono iscritta in palestra deve essere stato mille anni fa. A quei tempi, per accedere ai servizi, bastava dichiarare di essere sani di cuore (venivi creduto sulla parola), aprire il portafoglio e sborsare i quattrini. Oggi le cose sono cambiate. 


